09/12/1980
Marco Enrico Giacomelli, marcoenrico_giacomelli@yahoo.it

Problemi di terminologia, di invenzione di parole.
Per designare un nuovo concetto talvolta si prende una parola molto corrente; starebbero qui pure le chicche migliori. Solo implicitamente questa parola molto corrente prenderà un senso affatto nuovo. Altre volte prendete un senso molto speciale di una parola corrente, e caricherete questo senso, e altre volte [ancora] avrete bisogno di una nuova parola. Perciò non ha senso rimproverare ad un filosofo di non parlare come tutti. A volte si fa in un modo, a volte nell'altro, a volte nell'altro ancora. Talvolta va benissimo utilizzare solo parole correnti; altre volte, con una parola insolita, bisogna sottolineare l'importanza, il momento della creazione di concetti. L'ultima volta vi ho parlato di questo grande filosofo importante durante la renaissance , Nicola Cusano. Nicola Cusano aveva creato una specie di parola-contenitore (mot-valise) , aveva contaminato due parole latine. Perché? È una buona creazione verbale. A quel tempo si parlava latino, allora lui è passato per il latino, diceva: l'Essere delle cose è il possest. Non fa nulla se non avete fatto latino, ora vi spiego. Possest: non esiste come parola, è una parola inesistente, è lui che l'ha creata, questa parola, il possest. È una parola proprio carina, una parola carina in latino. È uno spaventoso barbarismo, una parola spaventosa. Ma filosoficamente è bella, un successo. Quando si crea una parola bisogna che <… ….>, che ci siano dei fiaschi, nulla è giocato d'anticipo.
Possest è composto da due termini latini: posse, che è l'infinito del verbo potere, ed est, che è la terza persona del verbo essere all'indicativo presente, 'egli è'. Posse ed est, lui le contamina e ne viene fuori possest. E cos'è il possest? Il possest è precisamente l'identità della potenza e dell'atto con la quale definisco <… …>. Dunque, non definirò qualcosa tramite la sua essenza, ciò che una cosa è, la definirò con questa definizione barbara, il suo possest: ciò che una cosa può. Letteralmente: ciò che essa può in atto. Bene.
Cosa significa questo? Significa che le cose sono potenze. Non solo hanno potenza, ma si riconducono alla potenza che hanno, tanto in azione quanto in passione. Dunque, se comparate due cose, esse non possono la stessa cosa, ma la potenza è una quantità. Grazie a questa quantità molto speciale avrete, ma capite il problema da ciò causato, la potenza è una quantità, d'accordo, ma non è una quantità come la lunghezza. È una quantità come la forza? Vuol dire che il più forte prevale? Ne dubito fortemente. Innanzitutto bisognerebbe arrivare a definire le quantità che si chiamano forze. Non sono delle quantità come se ne conoscono, non sono delle quantità il cui statuto è semplice. So che non sono delle qualità, questo lo so. La potenza non è una qualità, ma non è nemmeno una delle quantità cosiddette estensive. Allora, anche se sono delle quantità intensive, si tratta di una scala quantitativa assai speciale, una scala intensiva. Questo vorrebbe dire: le cose hanno più o meno intensità, sarebbe questa l'intensità della cosa che sarebbe, che rimpiazzerebbe la sua essenza, che definirebbe la cosa in sé stessa, sarebbe la sua intensità. Forse comprendete il legame con l'ontologia. Più una cosa è intensa, più precisamente è questo il suo rapporto all'essere: l'intensità della cosa è il suo rapporto con l'essere. Tutto questo si può dire? Ci occuperà a lungo.
Prima di arrivarci, notate quale controsenso stiamo evitando.
[Domanda non udibile sull'intensità e la cosa]

La questione non è ciò che crediamo, la questione è come tentiamo di sbrogliarci in questo mondo di potenze. Quando ho detto intensità, se non si tratta di ciò non fa nulla, poiché questo tipo di quantità era già determinato. E non è questo il problema. Siamo ancora al punto di valutare se può essere importante tenere un discorso sulla potenza? Una volta detto che i controsensi, che comunque stiamo evitando, si tratta di capire tutto ciò come se Spinoza, e Nietzsche dopo di lui, ci dicesse che quel che le cose vogliono è la potenza. Evidentemente, se c'è qualcosa che la formula "la potenza è l'essenza stessa" non vuol dire, lo si potrebbe tradurre con la formula: "Quel che ciascuno vuole è il potere". No, "quel che ciascuno vuole è il potere" è una formula che non c'entra nulla. In primo luogo, è una banalità; secondo, è una cosa evidentemente falsa; terzo, sicuramente non è quello che vuol dire Spinoza. Non è quel che vuole dire Spinoza perché è stupido, e Spinoza non può dire delle idiozie. Non è: "Ah, tutti, dalle pietre agli uomini, passando per gli animali, vogliono sempre più potenza, vogliono del potere". No, non è questo! Lo sappiamo perché non vuol dire che la potenza è l'oggetto della volontà. No. Dunque, sappiamo almeno questo, è consolante. Ma vorrei insistere, ancora una volta faccio appello alla vostra capacità di valutazione delle priorità in ciò che i filosofi hanno da dirci. Vorrei tentare di sviluppare la ragione per cui è importantissima questa storia, questa conversione per la quale le cose non sono più definite da un'essenza qualitativa - l'uomo come animale razionale -, ma da una potenza quantificabile.
Sono ancora lontano dal sapere cos'è questa potenza quantificabile, ma tento appunto di arrivarci passando per questa specie di rêverie sul perché e in cosa è importante, praticamente. Praticamente, cambia qualcosa? Sì, dovete già cogliere che praticamente cambiano molte cose. Se mi interesso a ciò che qualche cosa può, a ciò che può la cosa, è molto differente da quelli che s'interessano a cos'è l'essenza della cosa. Nulla a che vedere, non è proprio lo stesso modo di essere nel mondo . Ma vorrei tentare di mostrarlo precisamente tramite un momento preciso della storia del pensiero. Qui apro una parentesi, ma sempre in questa visione: cos'è questa storia di potenza e di definire le cose con la potenza? Io dico: c'è stato un momento molto importante, una tradizione molto importante, dov'è assai difficile, storicamente, raccapezzarsi se non avete degli schemi e degli appigli, dei punti di riferimento. È una storia che riguarda il diritto naturale, e [di] questa storia concernente il diritto naturale bisogna che comprendiate ciò: oggi ci pare a prima vista molto superata tanto giuridicamente quanto politicamente.
Le teorie del diritto naturale, nei manuali di diritto, o nei manuali di sociologia, si vede sempre un capitolo sul diritto naturale, e lo si tratta come una teoria durata sino a Rousseau, Rousseau compreso, sino al XVIII secolo, ma oggi nessuno più si interessa al problema del diritto naturale. Non è falso, ma nello stesso tempo vorrei che coglieste il fatto che si tratta di una visione troppo scolastica, è terribile [che] si accenni alle cose per cui la gente si è veramente battuta teoricamente, [che] si marginalizzi tutto ciò che è importante in una questione storica.
Dico questo, e vedrete perché lo dico ora e in cosa è veramente al cuore del punto in cui sono. Dico: per moltissimo tempo c'è stata una teoria del diritto naturale, che consisteva in cosa? Alla fin fine mi sembra importante storicamente perché è stata il ricettacolo della maggior parte delle tradizioni dell'antichità e il punto di confronto del cristianesimo con le tradizioni dell'antichità. A questo proposito ci sono due nomi importanti riguardo la concezione classica del diritto naturale: da una parte c'è Cicerone, il quale raccoglie nell'antichità tutte le tradizioni in merito, platonica, aristotelica e stoica. Fa una sorta di presentazione del diritto naturale nell'antichità, [presentazione] che avrà un'estrema importanza. È da Cicerone che i filosofi cristiani, i giuristi cristiani prenderanno (più che da altri autori), è soprattutto [a partire] da Cicerone che si farà questa specie d'adattamento del diritto naturale al cristianesimo, in particolare con San Tommaso. Dunque, qui avremo una sorta di lignée storica che per comodità, affinché vi raccapezziate, chiamerò la lignée del diritto naturale classico, antichità-cristianesimo. Ora, cos'è che chiamano diritto naturale?
A grandi linee, direi: in tutta questa concezione, il diritto naturale, ciò che costituisce il diritto naturale è ciò ch'è conforme all'essenza. Direi quasi che ci sono come diverse proposizioni in questa teoria classica del diritto naturale. Vorrei giusto che le ricordaste, perché quando tornerò alla potenza vorrei che aveste in mente queste quattro proposizioni. Quattro proposizioni di base che sarebbero fondanti di questa concezione del diritto naturale classico.
Prima proposizione: una cosa si definisce tramite la sua essenza. Il diritto naturale è dunque ciò ch'è conforme all'essenza di qualcosa. L'essenza dell'uomo è: animale razionale. Ciò definisce il suo diritto naturale. Ben più, in effetti: "essere razionale" è la legge della sua natura. Qui interviene la legge di natura. Ecco la prima proposizione: dunque, preferenza alle essenze. Seconda proposizione in questa teoria classica: d'altronde, voi capite, il diritto naturale non può rinviare - e colpisce che nella maggior parte degli autori dell'antichità sia proprio così -, il diritto naturale non rinvia ad uno stato che sarebbe supposto precedere la società. Lo stato di natura non è uno stato pre-sociale, non è soprattutto questo, non può esserlo. Lo stato di natura è lo stato conforme all'essenza in una buona società. Cos'è che si chiama 'buona società'? Si chiamerà buona società una società nella quale l'uomo può realizzare la sua essenza. Dunque, lo stato di natura non viene prima dello stato sociale, lo stato di natura è lo stato conforme all'essenza nella migliore società possibile, cioè quella più atta a realizzare l'essenza. Ecco la seconda proposizione del diritto naturale classico.
Terza proposizione del diritto naturale classico, le altre ne derivano: primo viene il dovere. Si hanno dei diritti solo perché si hanno dei doveri. Tutto ciò è molto pratico politicamente. Sono i doveri. In effetti, cos'è il dovere? Qui c'è un termine, un concetto di Cicerone in latino molto difficile da tradurre e che indica quest'idea di dovere funzionale, dei doveri di funzione. È il termine officium. Uno dei libri di Cicerone, il più importante dal punto di vista del diritto naturale, è un libro intitolato De officiis, "In merito ai doveri funzionali".

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