21/12/1980
Marco Enrico Giacomelli, marcoenrico_giacomelli@yahoo.it

Sul progetto di una ontologia pura.Perché Spinoza chiama Etica questa ontologia pura? La causa per cui è stato corretto chiamarla Etica starebbe nell'accumulazione di tratti che scorgiamo. Abbiamo visto l'atmosfera generale di questo legame tra un'Ontologia e un'Etica, col sospetto che un'etica è qualcosa che non ha nulla a che vedere con una morale. E perché si ha un sospetto del legame che fa sì che questa Ontologia pura prenda il nome di Etica? L'abbiamo visto. L'Ontologia pura di Spinoza si presenta come la posizione unica assolutamente infinita. Pertanto gli essenti, questa sostanza unica assolutamente infinita, è l'essere. L'Essere in quanto essere. Quindi, gli essenti non saranno degli esseri, saranno ciò che Spinoza chiama dei modi - modi della sostanza assolutamente infinita. E cos'è un modo? È una maniera d'essere. Gli essenti o gli esistenti non sono degli esseri, essere è solo la sostanza assolutamente infinita. Quindi, noi che siamo degli essenti, noi che siamo degli esistenti, non saremo degli esseri, saremo delle maniere di essere di questa sostanza. E se mi domando qual è il senso più immediato della parola etica, in cosa è già diversa dalla morale, ebbene l'etica ci è oggi meglio conosciuta con un altro nome: è la parola etologia.
Quando si parla di un'etologia a proposito degli animali, o a proposito dell'uomo, di cosa si tratta?
L'etologia nel senso più rudimentale è una scienza pratica… Di cosa? Una scienza pratica delle maniere di essere. La maniera di essere è precisamente lo statuto degli essenti, degli esistenti, dal punto di vista di un'ontologia pura.
In cosa è già differente da una morale? Tentiamo di comporre una sorta di paesaggio che sarebbe il paesaggio dell'ontologia. Siamo delle maniere di essere nell'essere, questo è l'oggetto di un'etica, cioè di un'etologia. In una morale, al contrario, di cosa si tratta? Si tratta di due cose che sono fondamentalmente saldate. Si tratta dell'essenza e dei valori. Una morale ci richiama all'essenza, cioè alla nostra essenza, e ci richiama ad essa attraverso i valori. Non è il punto di vista dell'essere. Io non credo che si possa fare una morale dal punto di vista di un'ontologia. Perché? Perché la morale implica sempre qualcosa di superiore all'essere; ciò che c'è di superiore all'essere è qualcosa che gioca il ruolo dell'uno, del bene, è l'uno superiore all'essere. In effetti, la morale è l'impresa di giudicare non solo tutto ciò che è, ma l'essere stesso. Ora, non si può giudicare l'essere se non in nome di un'istanza superiore all'essere. In una morale, in che senso si tratta dell'essenza e dei valori? In una morale è in questione la nostra essenza. Cos'è la nostra essenza? In una morale si tratta sempre di realizzare l'essenza. Ciò implica che l'essenza sia in uno stato ove non è necessariamente realizzata, implica che abbiamo un'essenza. Non è evidente che ci sia un'essenza dell'uomo. Ma è strettamente necessario alla morale parlare e darci degli ordini in nome di un'essenza. Se ci vengono dati degli ordini in nome di un'essenza, è perché quest'essenza non è realizzata da sé. Si dirà che questa essenza nell'uomo è in potenza. Dal punto di vista di una morale, cos'è l'essenza del'uomo in potenza nell'uomo? È notissimo: l'essenza dell'uomo è di essere un animale razionale. Aristotele: "L'uomo è un animale razionale". L'essenza, ciò che la cosa è: 'animale razionale' è l'essenza dell'uomo. Ma l'uomo ha un bell'avere come essenza 'animale razionale', non smette di comportarsi in maniera irrazionale. Perché succede? Perché l'essenza dell'uomo, in quanto tale, non necessariamente è realizzata. Perché? Perché l'uomo non è pura ragione, allora ci sono degli accidenti, è continuamente sviato. Tutta la concezione classica dell'uomo consiste nell'esortarlo a raggiungere la sua essenza poiché quest'essenza è come una potenzialità, la quale non è necessariamente realizzata, e la morale è il processo della realizzazione dell'essenza umana.
Ora, come può realizzarsi quest'essenza che è solo in potenza? Con la morale. Dire che si deve realizzare attraverso la morale vuol dire che dev'essere considerata come fine. L'essenza dell'uomo dev'essere considerata come fine per l'uomo esistente. Dunque, comportarsi in maniera razionale, cioè fare passare all'atto l'essenza, è questo il compito della morale. Ora, l'essenza considerata in quanto fine, questo è il valore. Vedete che la visione morale del mondo è costituita dall'essenza. L'essenza non è che in potenza, si deve realizzare l'essenza, ciò si farà nella misura in cui l'essenza è presa come fine, ed i valori assicurano la realizzazione dell'essenza. È quest'insieme che chiamerei morale.
In un mondo etico - tentiamo di convertire - non c'è più nulla di tutto ciò. Cosa ci diranno in un'Etica? Non ritroveremo niente. È un altro paesaggio. Spinoza parla molto spesso dell'essenza, ma per lui l'essenza non è mai l'essenza dell'uomo. L'essenza è sempre una determinazione singolare. C'è l'essenza di questo, di quell'altro, non c'è l'essenza dell'uomo. Lui stesso dirà che le essenza generali o le essenze astratte del tipo 'l'essenza dell'uomo' sono idee confuse. Non c'è un'idea generale in un'Etica. Ci siete voi, quello, quell'altro, ci sono delle singolarità. La parola 'essenza' rischia forte di cambiare senso. Quando [Spinoza] parla di essenza, ciò che gli interessa non è l'essenza, gli interessa l'esistenza e l'esistente.
In altri termini, quel che non può essere messo in rapporto con l'essere se non a livello dell'esistenza, e non a livello dell'essenza.
In questo senso c'è già un esistenzialismo in Spinoza. Non si tratta dunque, in Spinoza, di un'essenza dell'uomo, non è questione di un'essenza dell'uomo che non sarebbe che in potenza e che la morale si incaricherebbe di realizzare, si tratta di tutt'altra cosa. Riconoscete un'etica dal fatto che colui il quale vi parla dell'etica vi dice delle due cose l'una. Si interessa agli esistenti nella loro singolarità. Talvolta vi dirà che tra gli esistenti c'è una distinzione, una differenza quantitativa di esistenza; gli esistenti possono essere considerati secondo una sorta di scala quantitativa secondo la quale sono più o meno… Più o meno cosa? Lo vedremo. Assolutamente non un'essenza comune a più cose, ma una distinzione quantitativa di più e meno tra esistenti, questa è Etica.
D'altra parte, lo stesso discorso di un'etica si persegue dicendo che c'è anche un'opposizione qualitativa tra modi d'esistenza. I due criteri dell'etica - in altri termini: la distinzione quantitativa degli esistenti e l'opposizione qualitativa dei modi di esistenza, la polarizzazione qualitativa dei modi di esistenza - saranno le due maniere in cui gli esistenti sono nell'essere. Questi saranno i legami tra l'Etica e l'Ontologia. Gli esistenti o gli essenti sono nell'essere da due punti di vista simultanei, dal punto di vista di un'opposizione qualitativa dei modi d'esistenza e dal punto di vista di una scala quantitativa degli esistenti. È completamente il mondo dell'immanenza. Perché?
È il mondo dell'immanenza perché, vedete a qual punto è differente dal mondo dei valori morali come li ho appena definiti, i valori morali essendo precisamente questa specie di tensione tra l'essenza da realizzare e la realizzazione dell'essenza.
Direi che il valore è esattamente l'essenza considerata in quanto fine.
Questo è il mondo morale. Il compimento del mondo morale si può dire che sia Kant, in effetti è là che una supposta essenza umana viene considerata come fine, in una sorta di atto puro. L'Etica non è assolutamente questo, sono come due mondi assolutamente differenti. Spinoza cosa può aver da dire agli altri? Niente.
Si tratterebbe di mostrare tutto ciò concretamente. In una morale avete sempre la seguente operazione: fate qualcosa, dite qualcosa, lo giudicate voi stessi. È il sistema del giudizio. La morale è il sistema del giudizio. Del doppio giudizio, voi vi giudicate da soli e siete giudicati. Quelli che hanno il gusto della morale, sono loro che hanno il gusto del giudizio. Giudicare implica sempre un'istanza superiore all'essere, implica sempre qualcosa di superiore ad un'ontologia. Implica sempre l'uno più dell'essere, il Bene che fa essere e agire, è il Bene superiore all'essere, è l'uno. Il valore esprime questa istanza superiore all'essere. Dunque, i valori sono l'elemento fondamentale del sistema del giudizio. Dunque, per giudicare vi riferite sempre a questa istanza superiore all'essere.
In un'etica è completamente differente, non giudicate. In un certo senso dite: "Qualunque cosa facciate, non avrete mai quel che meritate". Qualcuno dice o fa qualcosa, voi non lo rapportate a dei valori. Vi domandate come sia possibile? Com'è possibile in maniera interna? In altri termini, rapportate la cosa o il dire al modo d'esistenza che implica, che racchiude in sé stesso. Come bisogna essere per dire ciò? Quale maniera d'essere implica? Cercate i modi d'esistenza racchiusi, e non i valori trascendenti. È l'operazione dell'immanenza.

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Il punto di vista di un'etica è: di cosa sei capace, cosa puoi? Da cui - ritorno a questa specie di grido di Spinoza -: cosa può un corpo? Non si sa mai in anticipo cosa può un corpo. Non si sa mai come si organizzano i modi d'esistenza e come sono racchiusi in qualcuno.
Spinoza spiega molto bene questo o quel corpo, non è mai un corpo qualunque, è cosa tu puoi. La mia ipotesi è che il discorso dell'etica abbia due caratteri: ci dice che gli essenti hanno una distinzione quantitativa di più e meno, e d'altra parte ci dice pure che i modi d'esistenza hanno una polarità qualitativa; grosso modo, ci sono due grandi modi d'esistenza. Che cosa sono? Quando ci suggeriscono che, tra voi e me, tra due persone, tra una persona e un animale, tra un animale e una cosa, eticamente, cioè ontologicamente, non c'è che una distinzione quantitativa, di quale quantità si tratta? Quando ci suggeriscono che ciò che costituisce in maniera più profonda la nostra singolarità è qualcosa di quantitativo, cosa può significare? Fichte e Schelling hanno sviluppato una teoria dell'individuazione molto interessante che si riassume sotto il nome di individuazione quantitativa. Se le cose si individua(lizza)no quantitativamente, si capisce vagamente. Quale quantità? Si tratta di definire le persone, le cose, gli animali, qualunque cosa attraverso ciò che ciascuno può.
Le persone, le cose, gli animali si distinguono per ciò che possono, cioè per il fatto che non possono la stessa cosa. Cosa posso? Mai un moralista definirebbe l'uomo attraverso ciò che può, un moralista definisce l'uomo attraverso ciò che è, ciò che è di diritto. Dunque, un moralista definisce l'uomo con 'animale razionale'. È l'essenza. Spinoza non definisce mai l'uomo come un animale razionale, definisce l'uomo attraverso ciò che può, corpo e anima. Se dico che 'razionale' non è l'essenza dell'uomo, ma è qualcosa che l'uomo può, cambia a tal punto tutto che pure 'irrazionale' è qualcosa che l'uomo può. Anche essere folli fa parte del potere dell'uomo. A livello di un animale si vede bene il problema. Se prendete ciò che si chiama 'storia naturale', essa viene fondata con Aristotele. Essa definisce l'animale attraverso quel che l'animale è. Nella sua ambizione fondamentale, si tratta di dire cos'è l'animale. Cos'è un vertebrato, cos'è un pesce, e la storia naturale di Aristotele è colma di questa ricerca dell'essenza. In ciò che si chiamano classificazioni animali, si definirà l'animale prima di tutto, ogni volta ch'è possibile, tramite la sua essenza, cioè tramite ciò che è. Immaginate 'sti tipi che arrivano e procedono in tutt'altra maniera: si interessano a ciò che la cosa o l'animale possono. Faranno una sorta di registro dei poteri dell'animale. Questo può volere, questo mangia l'erba, quell'altro mangia la carne. Il regime alimentare, capite che si tratta dei modi d'esistenza. Anche una cosa inanimata, cosa può, il diamante cosa può? Vale a dire, di quali prove è capace? Cosa sopporta? Cosa fa? Un cammello può non bere a lungo. È una passione del cammello. Si definiscono le cose tramite cosa possono, ciò apre sulle sperimentazioni. È tutta un'esplorazione delle cose, non ha niente a che vedere con l'essenza. Bisogna vedere le persone come dei piccoli pacchetti di potere. Faccio una sorta di descrizione di ciò che possono le persone.
Dal punto di vista di un'etica, tutti gli esistenti, tutti gli essenti sono rapportati ad una scala quantitativa - quella della potenza. Hanno più o meno potenza. Questa quantità differenziabile è la potenza. Il discorso etico non cesserà di parlarci, non delle essenze, non crede alle essenze, ci parla solo della potenza, cioè delle azioni e delle passioni delle quali qualcosa è capace. Non quel che la cosa è, ma ciò ch'è capace di sopportare e capace di fare. E se non c'è essenza generale è perché a questo livello della potenza tutto è singolare. Non si sa in anticipo, mentre l'essenza ci dice cos'è un insieme di cose. L'etica non ci dice niente, non può sapere. Un pesce non può ciò che può il pesce vicino. Dunque, ci sarà una differenziazione infinita della quantità di potenza presso gli esistenti. Le cose ricevono una distinzione quantitativa perché sono rapportate alla scala della potenza.
Quando, ben dopo Spinoza, Nietzsche lancerà il concetto di volontà di potenza, non dico che voglia dire solo questo, ma vuole dire, prima di tutto, questo. E non si può capire nulla in Nietzsche se si crede che è un'operazione per la quale ciascuno di noi tenderebbe verso la potenza. La potenza non è ciò che voglio: è, per definizione, ciò che ho. Ho questa o quest'altra potenza ed è questo che mi situa nella scala quantitativa degli esseri. Fare della potenza l'oggetto della volontà è un controsenso, è proprio il contrario. È a seguito della potenza che ho che voglio questo o quello. 'Volontà di potenza' vuol dire che definirete le cose, gli uomini, gli animali secondo la potenza effettiva che hanno. Ancora una volta è la questione: "Cosa può un corpo?" È molto differente dalla questione morale: "Cosa devi in virtù della tua essenza" - è ciò che puoi, tu, in virtù della tua potenza. Ecco dunque che la potenza costituisce la scala quantitativa degli esseri. È la quantità di potenza che distingue un esistente da un altro esistente.
Spinoza dice molto spesso che l'essenza è la potenza. Capite il colpo filosofico che sta facendo.

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