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DELEUZE / LEIBNIZ Corsi Vincennes - 06/05/1980 Télécharger ce cours en : pdf (pas disponible) rtf (pas disponible) L’ultima volta, abbiamo concluso con questa domanda: che cos’è la compossibilità, e che cos’è l’incompossibilità? Cosa sono queste due relazioni? La relazione di compossibilità, la relazione d’incompossibilità. Come definirle? Abbiamo constatato che ciò ci metteva di fronte ad ogni sorta di problemi e che ci lanciava verso l’esercizio, anche se sommario, dell’analisi infinitesimale. Oggi, vorrei fare un terzo grande capitolo che consisterebbe a dimostrare fino a che punto Leibniz organizza in modo nuovo, ed anche crea dei veri e propri principi. Creare dei principi, non è un bisogno corrente. Questo terzo grande capitolo di una introduzione ad una lettura possibile di Leibniz, lo chiamerò: “deduzione dei principi”. Che i principi siano oggetto di una deduzione particolare, di una deduzione filosofica, anche questo non è ovvio. C’è una tale ricchezza di principi in Leibniz, invoca continuamente dei principi dandogli, quando ne ha bisogno, dei nomi che prima non esistevano. Per orientarsi in questi principi, dobbiamo ritrovare il filo della deduzione leibniziana.
Il primo principio che Leibniz si da con una giustificazione rapida, è il principio d’identità. È il minimo, il minimo che si conceda. Che cos’è il principio d’identità? Ogni principio ha una ragione. A è A. Una cosa, è la cosa. Una cosa è cio che è. Sono andato già un pò avanti. Una cosa è cio che è, è meglio che A è A, perché? Perche ciò mostra quale sia la regione governata dal principio d’identità. Se il principio d’identità può esprimersi sotto la forma “una cosa è cio che è”, è perché l’identità consiste a manifestare l’identità propria tra la cosa e ciò che la cosa è. Se l’identità regola il rapporto della cosa e di ciò che la cosa è, ci dice che la cosa è identica alla cosa e che la cosa è identica a ciò che è, io posso dire, che cos’è la cosa? Ciò che la cosa è, tutti l’hanno sempre chiamata l’essenza della cosa. Direi che il principio d’identità è la regola delle essenze. La regola delle essenze, o se volete, del possibile. In effetti, l’impossibile è il contraddittorio. Il possibile, è l’identico. Cosicché, il principio d’identità è una ragione, una ratio, quale ratio? È la ratio delle essenze oppure, come dicevano i latini o secondo la terminologia del medio evo molto tempo prima: ratio essendi. Prendo questo esempio tipico perché credo che sia molto difficile fare filosofia senza avere una certa familiarità terminologica; non dovete mai pensare di poterne fare a meno, e non pensate che sia difficile da acquisire. È esattamente la stessa cosa delle scale per pianoforte. Se voi non conoscete abbastanza precisamente il rigore dei concetti, cioè il senso delle grandi nozioni, allora sarebbe troppo difficile. Si deve prendere ciò come esercizio. I filosofi, è normale che abbiamo le loro proprie scale, hanno il loro pianoforte mentale. C’è bisogno di cambiare l’aria delle categorie. La storia della filosofia non può essere fatta se non dai filosofi; ora, è vero, che essa è stata presa in mano dai professori di filosofia, e ciò non è un bene perché ne hanno fatto una materia d’esame e non una materia di studi, di scale.
Secondo principio: principio di ragione sufficiente.
Cerchiamo di capire meglio come ogni predicazione abbia un fondamento nella natura delle cose. Ciò vuol dire: tutto quello che si dice di una cosa, l’insieme di ciò che si dice di una cosa, è la predicazione riguardante questa cosa, tutto ciò che si dice una cosa è compreso, contenuto, incluso nella nozione della cosa. Ecco il principio di ragione sufficiente. Come vedete, la formula che prima ci sembrava innocente, ogni predicazione ha un fondamento nella natura delle cose, presa alla lettera, diventa molto più strana: tutto ciò che si dice di una cosa deve essere compreso, contenuto, incluso nella nozione della cosa. Allora, tutto ciò che si dice di una cosa, che cos’è? prima di tutto è l’essenza. In effetti, l’essenza si dice della cosa. Soltanto che, su questo piano, non ci sarebbe nessuna differenza fra ragione sufficiente e identità. Ed è normale perché la ragione sufficiente riprende tuto il contenuto del principio d’identità, aggiungendoci qualcosa: ciò che si dice di una cosa non è soltanto l’essenza della cosa, è l’insieme delle affezioni, degli eventi che si rapportano o che appartengono alla cosa.
Terzo principio: è vero che la reciproca della reciproca darebbe il primo principio? Non è una cosa certa. Dipende, ci sono talmente tanti punti di vista. Cerchiamo di variare le formulazioni del principio di ragione sufficiente. Dicevamo, per la ragione sufficiente, che tutto ciò che accade ad una cosa deve essere compreso, incluso nella nozione della cosa, e questo implica l’analisi infinita. Tanto vale dire: per tutto ciò che accade o per ogni cosa c’è un concetto. Avevo insitito su questo punto, ciò che è importante dire è che Leibniz non vuole affatto riprendere un celebre principio. Tutto il contrario, non vuole affatto questo – tale principio sarebbe il principio di causalità. Quando Leibniz dice che a tutto c’è una ragione, ciò non vuol dire per niente che tutto abbia una causa. Tutto ha una causa significa A rinvia a B, B rinvia a C, ecc. A tutto c’è una ragione significa che bisogna rendere ragione della causalità stessa, a ben vedere tutto ha una ragione significa che il rapporto che A intrattiene con B deve essere in un modo o in un altro compreso nella nozione di A. Allo stesso modo come il rapporto che B intrattiene con C deve essere in un modo o in un altro compreso nella nozione di B. Quindi il principio di ragione sufficiente è un superamento del principio di causalità. È in questo senso che il principio di causalità enuncia soltanto la causa necessaria ma non la ragione sufficiente. Le cause sono soltanto delle necessità non autosufficienti e che suppongono delle ragioni sufficienti. Per ogni cosa c’è un concetto, non è per niente una cosa ovvia. Molte persone penseranno che è proprio dell’esistenza non avere un concetto. Per ogni cosa c’è un concetto, quale sarà la reciproca? Capite che reciproca non ha affatto lo stesso senso. Aristotele ha fatto un trattato di logica antica riguardante unicamente la tavola degli opposti. Che cos’è il contraddittorio, che cos’è il contrario, che cos’è il subalterno, ecc. Non potete dire contraddittorio quando invece è contrario, non potete dire le cose a caso. Qui, impiego la parola reciproco senza precisare. Quando dico che per ogni cosa c’è un concetto (ridiciamolo che non è per niente una cosa sicura), supponete di accordami quest’idea. A quel punto non posso più sfuggire alla reciproca. Che cos’è la reciproca? Per una teoria del concetto, dovremmo partire dal canto degli uccelli. La grande differenza fra i gridi e i canti – i gridi d’allarme, i gridi di fame, e poi i canti degli uccelli. E si può spiegare acusticamente quale sia la differenza fra i gridi e i canti. Allo stesso modo, al livello del pensiero, ci sono dei gridi del pensiero e dei canti del pensiero. Come distinguere questi gridi e questi canti? Non possiamo comprendere come si sviluppi una filosofia come canto, o un canto filosofico, se non lo si rapporta a delle coordinate che sono delle specie di gridi, dei gridi che continuano. È una cosa complicata, gridi e canti. Se ripenso alla musica, l’esempio che mi viene in testo ogni volta, sono le due grandi opere di Berg: contengono due grandi gridi di morte. Il grido di Maria e il grido di Lulu. In entrambi i casi abbiamo un grido di morte. Quando si muore non si canta, e tuttavia c’è qualcuno che canta intorno alla morte: colei che piange. Colui che perde l’essere amato canta. O grida, non lo so. In Woyzzeck è un si, è una sirena. Se mettete delle sirene nella musica, ci mettete il grido. È strano. Ora, i due gridi non sono dello stesso tipo, anche acusticamente: c’è un grido che corre verso l’alto e un grido che rasenta la terra. E poi c’è il canto. Il grande amico di Lulu canta la morte. È fantastico. È firmato Berg. Direi che la firma di un filosofo è la stessa cosa. Quando un filosofo è grande, può scrivere tutte le pagine astratte che vuole, ma esse sono atratte soltanto perché non avete saputo estrapolarci il momento nel quale grida. C’è un grido là sotto, un grido che fa paura. Ritorniamo al canto della ragione sufficiente. “Tutto ha una ragione” è un canto. È una melodia, potremmo armonizzare. Un armonia dei concetti. Ma al di sotto ci sarebbero i gridi ritmici: no, no, no. Riprendiamo la mia formulazione cantata del principio di ragione sufficiente. È possibile cantare in modo stonato una filosofia. Le persone che cantano stonatamente una filosofia, la conoscono molto bene, ma essa è completamente morta. Potremmo parlare all’infinito. Il canto della ragione sufficiente: per ogni cosa c’è un concetto. Qual’è la reciproca? In musica, parleremo di serie retrogradabili. Cerchiamo la reciproca di “ogni cosa ha un concetto”. La reciproca è: per ogni concetto, una cosa e una soltanto.
Perché è questa la reciproca di “per ogni cosa un concetto”? Supponete che un concetto abbia due cose che gli corrispondono, c’è una cosa che non ha concetto e a quel punto la ragione sufficiente è fregata. Non posso dire “per ogni cosa un concetto”. Dal momento che ho detto che per ogni cosa c’è un concetto, ho affermato implicitamente che un concetto debba avere necessariamente una cosa e una soltanto, poiché se un concetto ha due cose, c’è qualcosa che non ha concetto e quindi non avrei potuto dire “per ogni cosa un concetto”. Quindi la vera reciproca del principio di ragione sufficiente in Leibniz si enuncerà come segue: per ogni concetto una cosa e una soltanto. È una reciproca, in un senso strano. Ma in questo caso di reciprocità la ragione sufficiente e l’altro principio, cioè per ogni cosa un concetto e per ogni concetto una cosa e una soltanto, non posso dire l’una senza dire l’altra. Fare la reciproca è assolutamente necessario. Se non riconosco la seconda, distruggo la prima. Non ci sono differenze se non concettuali. In altri termini, se voi assegnate una differenza tra due cose, c’è necessariamente una differenza nel concetto. Leibniz chiama questo principio, principio degli indiscernibili. Se cerco la ratio corrispondente, quale sarebbe? Capite che ciò consiste nel dire che non conosciamo se non tramite concetto. In altri termini, il principio degli indiscernibili mi sembra corrispondere alla terza ratio, la ratio come ratio conoscendi, la ragione come ragione del conoscere. Vediamo le conseguenze di un tale principio. Se questo principio degli indiscernibili fosse vero, cioè se ogni differenza fosse concettuale, ci sarebbero differenze soltanto concettuali. Qui Leibniz ci domanda di accettare qualcosa di enorme. Procediamo con ordine. Quale sarebbe un tipo di differenza non concettuale? Diciamolo subito: la differenza numerica. Io dico per esempio una goccia d’acqua, due gocce d’acqua, tre gocce. Distinguo le gocce per il numero. Soltanto per il numero. Conto gli elementi di un insieme, uno due tre quattro, trascuro la loro individualità, le distinguo con il numero. È questo un primo tipo di distinzione molto classica, la distinzione numerica. Secondo tipo di distinzione: se io vi invito a prendete questa sedia, qualcuno di gentile prende una sedia e io gli dico: non questa, ma quella. In questo caso abbiamo una distinzione spazio-temporale del tipo qui-ora. La cosa che è qui in un determinato momento, e quest’altra cosa che è là in un altro. Infine ci sono delle distinzioni di figura e di movimento: qualcosa che ha tre angoli, o altro. Direi che sono delle distinzioni fatte per estensione e per movimento. Estensione e movimento. Vedete che il principio degli indiscernibili spinge Leibniz verso qualcosa di strano. Bisogna che dimostri che tutte questi tipi di distinzioni non concettuali – e in effetti sono delle distinzioni non concettuali poiché due cose possono distinguersi a seconda del numero pur avendo lo stesso concetto. Voi ad esempio, pensate al concetto di goccia d’acqua e dite: prima goccia d’acqua, seconda goccia d’acqua. È lo stesso concetto. C’è la prima e c’è la seconda. Una che è qui e una che è là. Una che va veloce l’altra lenta. Abbiamo quasi fatto l’insieme delle distinzioni non concettuali. Arriva Leibniz, e tranquillamente ci dice no, no. Sono pure apparenze, cioè mezzi provvisori per esprimere una differenza di un’altra natura e questa differenza è sempre concettuale. Se ci sono due gocce d’acqua, esse non hanno lo stesso concetto. Che cosa c’è dietro di molto importante? È una cosa molto importante nei problemi d’individuazione. È noto che, per esempio, Cartesio dice che i corpi si distinguono tra di loro in base alla figura e al movimento. Molti pensatori hanno pensato la stessa cosa. Come potete notare, nella formula cartesiana, ciò che si conserva nel movimento (mv – il prodotto della massa a causa del movimento) dipende strettamente da una visione del mondo nella quale i corpi si distinguono per la figura e per il movimento. Che cosa cerca di fare Leibniz nel momento in cui ci dice no: bisogna che a ognuna di queste differenze non concettuali corrispondano delle differenze concettuali; esse la traducono imperfettamente. Ogni differenza non concettuale traduce imperfettamente una differenza concettuale di base. Leibniz si pone così un problema di fisica. Deve trovare una ragione per la quale un corpo sia un numero, che sia qui e ora, che abbia una figura e una velocità. Tradurrà tutto questo nella sua critica verso Cartesio quando dirà che la velocità è un relativo puro. Cartesio si è sbagliato, ha preso qualcosa di puramente relativo per un principio. Bisogna quindi che figura e movimento vadano verso qualcosa di più profondo. Questo significa qualcosa di enorme per la filosofia del XVII secolo.
Cioè che non ci sono sostanze estese o che l’estensione non può essere una sostanza. Che l’estensione, è un puro fenomeno. Che essa rinvia a qualcosa di più profondo. Che non c’è un concetto per l’estensione, che il concetto è di un’altra natura. Bisogna quindi che la figura e il movimento trovino la loro ragione in qualcosa di più profondo – dunque l’estensione non ha alcuna sufficienza. Non è un caso che sia lo stesso che fa una nuova fisica, rigenera completamente la fisica delle forze. Oppone la forza alla figura e all’estensione, essendo la figura e l’estensione soltanto delle manifestazioni della forza. È la forza il vero concetto. Non c’è un concetto per l’estensione perché il vero concetto, è la forza. La forza, è la ragione della figura e del movimento nell’estensione. Ma ecco apparire un quarto principio. Ed ecco che Leibniz lo nomina legge della continuità. Perché usa il termine legge? Ecco un problema. Quando Leibniz parla della continuità, che considera come un principio fondamentale, e come una delle sue grandi scoperte, non impiega il termine principio, utilizza quello di legge. È una cosa che dovremo spiegare. Se cerco la formulazione volgare della legge di continuità, sarà molto semplice: la natura non fa salti. Non c’è discontinuità. Ma ci sono due formulazioni sapienti. Se due cause si avvicinano tanto quanto vogliamo, al punto di non differire se non per una differenza decrescente all’infinito, bisogna sia lo stesso per gli effetti. Dico subito cosa aveva in mente perché è talmente in disaccordo con Cartesio... Che cosa ci viene detto nelle leggi della comunicazione del movimento? Ecco due casi: due corpi con la stessa massa e la stessa velocità si incontrano; uno dei due corpi ha una massa più grande o una velocità più grande, quindi prevale sull’altro. Leibniz dice che non è possibile. Perché? Abbiamo due stati della causa. Primo stato della causa: due corpi con la stessa massa e la stessa velocità.
Secondo stato della causa: due corpi con massa diversa. Leibniz dice che possiamo far decrescere la differenza all’infinito, che possiamo far si che questi due stati si avvicinino l’un l’altro nelle cause. Ora, ci viene detto che i due effetti sono completamente differenti: in un caso c’è uno scontro dei due corpi, nell’altro caso il secondo corpo è trascinato dal primo, nella direzione del primo. C’è una discontinuità nell’effetto nel momento in cui si può concepire una continuità nelle cause. È in modo continuo che si può passare da masse differenti a masse uguali. Quindi non è possibile che ci sia discontinuità nei fatti se c’è continuità possibile nella causa. Ciò lo spinge verso uno studio fisico del movimento molto importante che sarà basato sul rimpiazzamento di una fisica delle forze ad una fisica del movimento. Come conciliare la continuità e gli indiscernibili? Oltre ciò bisogna che la maniera con la quale li riconcilieremo renda conto anche di questo: che Leibniz aveva ragione di non vedere fra loro alcuna contraddizione. Qui facciamo l’esperienza di un pensiero. Riprendo la proposizione: ogni nozione individuale esprime il mondo intero. Adamo esprime il mondo, Cesare esprime il mondo, ognuno di voi esprime il mondo. Questa formula, è molto strana. I concetti in filosofia, non sono una parola. Un grande concetto filosofico è un complesso, una proposizione o una funzione proposizionale. Bisognerebbe fare degli esercizi di grammatica filosofica. La grammatica filosofica consisterebbe in questo: dato un concetto, trovate il verbo. Se non lo trovate, vuol dire che non lo avete dinamizzato. Non potete viverlo in quel caso. Il concetto è sempre soggetto di un movimento, di un movimento di pensiero. Una sola cosa conta, il movimento. Dal momento che farete della filosofia, la vostra attenzione sarà rivolta al movimento, solo che è un tipo di movimento particolare, è il movimento del pensiero. Qual’è il verbo? A volte il filosofo lo dice esplicitamente, a volte non lo dice. E Leibniz lo dice? In ogni nozione individuale esprime il mondo, c’è un verbo, esprimere. Ma cosa vuol dire? Vuol dire due cose allo stesso tempo, come se ci fossero due movimenti coesistenti. Leibniz ci dice allo stesso tempo: Dio non crea Adamo peccatore, crea il mondo dove Adamo ha peccato. Non crea Cesare che attraversa il Rubicone, crea il mondo in cui Cesare attraversa il Rubicone. Quindi, ciò che Dio crea, è il mondo, e non le nozioni idividuali che esprimono il mondo. Seconda proposizione di Leibniz: il mondo esiste solo nelle nozioni individuali che lo esprimono. Se voi privilegiate una nozione individuale rispetto ad un’altra... Se voi accettate questo, scoprirete come due letture o due concezioni complementari e simultanee, due concezioni di cosa? Potete considerare il mondo, ma diciamolo ancora una volta il mondo non esiste in sé, esiste solo nelle nozioni che lo esprimono. Ma potete fare questa astrazione, considerate il mondo. Come lo considerate? Consideratelo come una curva complessa. Una curva complessa ha dei punti singolari e dei punti ordinari. Un punto singolare si prolunga sui punti ordinari fino alla vicinanza di un’altra singolarità, ecc., ecc., facendo così voi componete la curva in modo continuo, con il prolungamento delle singolarità sulle serie di ordinari. Per Laibniz, è questo il mondo. Il mondo continuo, è la distribuzione delle singolarità e delle regolarità, o delle singolarità e degli ordinari che costituiscono precisamente l’insieme scelto da Dio, cioè quello che riunisce il massimo di continuità. Se non uscite da questa visione il mondo è retto dalla legge di continuità poiché la continuità è precisamente questa composizione dei singolari in quanto prolungantesi sulle serie di ordinari che ne dipendono. Avrete il vostro mondo completamente dispiegato sotto forma di una curva sulla quale si distribuiscono singolarità e regolarità. È il primo punto di vista, il quale è interamente sottomesso alla legge di continuità.
Soltanto che, questo mondo non esiste in sé, esiste solo nelle nozioni individuali che lo esprimono. Ciò vuol dire che una nozione individuale, una monade, ognuna ingloba una piccola quantità determinata di singolarità. Essa racchiude un piccolo numero di singolarità. È il piccolo numero di singolarità... Vi ricordate che le nozioni individuali o monadi, sono dei punti di vista sul mondo. Non è il soggetto che spiega il punto di vista, è il punto di vista che spiega il soggetto. Di qui la necessità di domandarsi: che cos’è questo punto di vista?
(Fine banda sonora.)
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